Probabilmente, la cosa che più mi ha colpito del concerto di Vasco di sabato scorso a San Siro è proprio la presenza di un pubblico costituito in larghissima parte da giovani di 20 - 25 anni, sui quali, evidentemente, le parole e le emozioni suscitate dalla sua musica riescono ad esercitare ancora un fascino, una presa formidabile, al di là del tempo e dei fenomeni generazionali.
Insomma, quando nelle radio impazzavano Siamo Solo Noi, Bollicine, Vita Spericolata, Vado Al Massimo, la maggior parte dei presenti non era ancora venuta alla luce, oppure aveva appena conquistato la posizione eretta...
Forse, anche per questo l'atmosfera che si respira, fin dall'ingresso nello stadio, non è esattamente quella tipica di un comune concerto, ma rimanda, vuoi per l'ambiente, vuoi per i frequenti cori da ultras curvaioli, vuoi per gli striscioni che compaiono in gran numero sulle inferriate, vuoi per le "ole" che a più riprese vengono attuate sugli spalti, a quella di un'attesissima partita di calcio.
Solo che in questo caso a scendere in campo è un solo giocatore, osannato dalla totalità dei tifosi, senza il benché minimo accenno di scollamento o di disapprovazione.
Per quanto riguarda le canzoni, la corposa scaletta del concerto è costituita per un terzo da brani del nuovo album, e per la parte restante da classici e da canzoni ripescate dal repertorio più recente del rocker di Zocca.
Onestamente, è difficile stabilire quali pezzi abbiano maggiormente entusiasmato il pubblico. Di fatto, la travolgente esaltazione degli ottantamila tende ad annullare qualsiasi giudizio di valore relativo alle singole canzoni, che invece vanno considerate nel loro insieme, come momenti intercambiabili di una stupefacente celebrazione profana, di un rito collettivo dai risvolti catartici.
Così, capita che le non certo memorabili canzoni dell'ultimo album Buoni o Cattivi siano intonate, o meglio, urlate dal pubblico con la stessa energia con cui esso canta i pezzi storici come Cosa Succede In Città, Bollicine, Brava Giulia o Albachiara.
Questo in effetti sorprende molto, poiché mi sarei aspettato una reazione, se non fredda, almeno più moderata nei confronti dei nuovi brani, che negli show di quegli artisti che già hanno raggiunto una certa fama, calcando da parecchi anni le scene, generalmente suscitano molta meno partecipazione, anche solo in rapporto al vecchio repertorio, il quale ha invece la caratteristica di mettere d'accordo un po'tutti.
Ma il fenomeno Vasco va oltre le comuni logiche con cui siamo abituati a parlare di musica, e penso che, almeno in parte, sia incomprensibile per uno che non sia un fan invasato del rocker emiliano.
Certamente, le canzoni di Vasco sono semplici e accattivanti, e ormai si sono molto ammorbidite e smussate nei suoni e nei testi, attorno a cui si può riconoscere il vasto pubblico delle radio.
Oltre a questo, però, persistono, almeno esteriormente, tutti quegli elementi che hanno contraddistinto fin dalle origini il personaggio Vasco Rossi, che lo hanno portato alla ribalta di un pubblico che non trovava alcun motivo per identificarsi negli artificiosi fenomeni di cartapesta creati ad uso e consumo delle tendenze del momento.
Elementi come l'autenticità delle canzoni, l'anti-divismo per antonomasia(denotato persino da movenze goffe e sgraziate sul palco), la spontaneità, il linguaggio scabro ma diretto, le velleità di trasgressione ostentata, l'apparente ingenuità di fondo che conserva chi si è cimentato in un mestiere quasi di controvoglia, per gioco, ne continuano a decretare il successo clamoroso, anche se ormai, è inutile negarlo, essi si sono inevitabilmente svuotati della dirompenza e dell'anticonformismo delle origini per divenire componenti funzionali alla conservazione di un cliché consolidato, di un meccanismo programmato alla perfezione, che ha portato il ribelle che inneggiava alla vita spericolata, ormai divenuto una parodia di se stesso, a replicare all'infinito il suo personaggio, a dispetto della vita che passa e che, soprattutto cambia, tramutandolo infine in una fenomenale macchina da soldi, in una icona, sia pure sui generis, di quel mondo dello show business nelle cui logiche alla lunga è rimasto inesorabilmente intrappolato. A scapito, come sempre succede, degli slanci di creatività...
Ma tutto questo evidentemente non interessa ai fans che affollano fino all'inverosimile il prato e le tribune di San Siro, cantando a squarciagola fino all'ultimo vocalizzo di una sciatta Senorita (mica ho detto Sally o Albachiara...).
Il clima euforico, l'adorazione smisurata che questi ragazzi nutrono per il loro idolo basterebbero da soli a giustificare, a dare un senso alla serata, per parafrasare uno dei tanti striscioni ispirati alle canzoni di Vasco. Il cantante avrebbe persino potuto rinunciare a cantare che, sull'onda della musica, l'entusiasmo contagioso del suo popolo avrebbe permesso allo show di procedere in automatico fino alla fine. Non a caso lo stesso Vasco ad un certo punto si arrende e decide di prendersi una pausa dal microfono praticamente per tutta la durata di Bollicine.
Prima che lo show vero e proprio abbia inizio, un paio di supporter cercano di allietare l'attesa. Fallendo miseramente.
Il primo, Simone, si distingue per un rock esanime e un po'ruffiano, ma i Kinki sono capaci di fare ben di peggio. In effetti, a dispetto delle origini messicane, che lascerebbero presupporre la solita mesta esibizione di futilità latinoamericane, questi messicani si avventurano in un ardito, incolore miscuglio di rock, funky, hip hop, salsa, elettronica (!) e chissà cos'altro, il tutto cantando in inglese.
Alla fine, ci pensa una rassicurante Oyé Como Va a rimettere un po’ in ordine i cocci.
Che l'immagine di Vasco sia ormai divenuta sempre di più un efficace strumento pubblicitario, sfruttabile da un mercato tendenzialmente ampio e diversificato lo conferma, oltre alla famigerata linea di quaderni e articoli di cancelleria, oltre alla nuova campagna della Vodafone basata sul refrain di Come Stai, anche lo squallido siparietto che si interpone tra un ospite e l'altro, quando una serie di "veline" si mette a danzare scombinatamene sul palco per promuovere gli sponsor della serata.
Nonostante lo sconcerto che ne deriva, su un piano più generale al rocker di Zocca se non altro va dato atto di coerenza nell'essersi sempre limitato ad esprimere schiettamente, con le sue canzoni, ansie, speranze, inquietudini, gioie, delusioni di un'anima comune, badando bene però a non superare mai una precisa linea di confine, a non cedere mai alla tentazione di lanciarsi in proclami improvvisati o anatemi demagogici contro quel sistema che in fin dei conti gli ha permesso di accumulare soldi e fama a iosa. A differenza di quanto fanno molti altri suoi colleghi e personaggi di esemplare ipocrisia che popolano il mondo dello spettacolo in generale. E sicuramente anche questo è uno dei motivi per cui è tanto amato, e da così tanti.
Alle nove passate, un intro in stile new wave annuncia che l'ennesima reincarnazione del dio vivente è ormai prossima. E infatti, dopo la band, Vasco irrompe in jeans, soprabito in pelle nera a nascondere la maglietta del Tour, e vibranti occhiali rossi, mentre si scatena sulle note di Cosa Vuoi Da Me, pezzo duro e martellante che certo non brilla per originalità (il caratteristico riff è pesantemente modellato su quello di Pretty Fly For A White Guy degli Offspring), ma che basta a scatenare il delirio del pubblico, del resto disposto ad accogliere con la stessa enfasi probabilmente qualsiasi altra canzone con cui Vasco avesse esordito.
Così, ad alcuni pezzi nuovi come Hai Mai o Anymore, si mescolano alcuni classici rispolverati per la circostanza: Portatemi Dio (bella, non la conoscevo), Cosa Succede In Città e soprattutto Stupendo, che forse è la canzone che ho preferito nella serata, al di là del fatto che è uno dei brani che in assoluto apprezzo di più di Vasco Rossi.
Nel frattempo, però, noto che le polemiche sui tanto vituperati decibel che, come ogni anno, si ripropongono puntuali in occasione dei concerti ospitati dal Meazza, hanno sortito il loro effetto. C'è poco da fare: il volume è basso. È impossibile ascoltare dei suoni sufficientemente nitidi e incisivi, sia per quanto riguarda la voce di Vasco, sia per quanto riguarda la musica. Ne consegue, ad esempio, una versione allucinante di Fegato Fegato Spappolato, trasformato in una massa informe di suoni che lascia l'amaro in bocca.
Probabilmente, è anche per questo se la batteria appare alquanto spenta, monocorde, e le chitarre più deboli di quanto non siano nelle canzoni originali. Un vero peccato, considerato che un concerto rock dovrebbe sprigionare tutta la potenza di fuoco e l'energia vitale tipiche dell'esecuzione dal vivo, necessariamente levigate e smorzate in studio. Qui invece l'effetto è diametralmente opposto, e solo verso la parte centrale inoltrata, la situazione migliorerà. Non so come, ma sono convinto che qualcuno deve aver aumentato l’amplificazione, in un modo o nell'altro.
Fegato evidenzia poi un equivoco che percorrerà l'intero show, sostanzialmente, e che è relativo alla scenografia. Anche se il confronto col mastodontico palco dei Rolling Stones (al cui concerto ebbi l'onore di assistere l’anno scorso) è impietoso, è indubbio che le colonne al neon montate sulle lastre metalliche a ragnatela che fanno da sfondo, riescano a sviluppare giochi di luce affascinanti, illuminandosi ora in vorticosa successione, ora in forma tenebrosa e crepuscolare.
L'unico problema è che quelle luci così tecnologiche e sofisticate, che sarebbero state perfettamente calzanti per uno show dei Kraftwerk o dei Pink Floyd, in realtà risultano scarsamente compatibili con i suoni grezzi e ruvidi che caratterizzano molte delle canzoni di Vasco.
Invero, ad un certo punto, sembra davvero che i Pink Floyd siano ritornati tra di noi, quando, mentre Vasco esce di scena per una pausa tonificante, la band, tra questi psichedelici giochi di luce carichi di un blu profondo, si esprime in un inedito strumentale in cui su uno strato densamente elettronico si sovrappone un raffinato assolo chitarristico del solito Steve Burns, che peraltro nel corso del concerto relega il chitarrista "storico", Solieri, ad un ruolo di semplice comprimario. Inutile dire che con quel contesto l'intermezzo non ha alcuna attinenza, e l’effetto è quindi quello di una fastidiosa melassa.
Comunque, non appena Vasco rientra, lo spettacolo ricomincia esattamente dal punto in cui era stato abbandonato, come se nulla fosse successo, e il pubblico riprende fiato.
Brillante il ripescaggio di Domenica Lunatica, con un arrangiamento lievemente modificato nella parte iniziale, mentre Rewind scatena prevedibilmente i fans che si mettono a saltare indemoniati sul ritornello di una delle più travolgenti canzoni di Vasco.
Delicatamente pop è invece Stupido Hotel, la cui parte finale si trascina gradevolmente per diversi minuti per consentire la presentazione del gruppo, effettuata, ahimé, dal capitan Magicus della situazione, il funambolico animatore da club vacanze che, dopo avere imperversato nel pre-live, riappare per l'occasione, senza che se ne avvertisse la minima necessità.
Un Senso chiude lo show prima dei bis, consacrati inevitabilmente ai cavalli di battaglia dei bei tempi che furono.
Si comincia con Bollicine, in cui, come già accennato, Vasco si limita a girovagare stralunato su e giù per il palco, indossando la felpa in cui è ritratto sulla copertina del nuovo disco, mentre cerca di strangolare il malcapitato bassista per indurlo a rispondere alla fatidica domanda "Coca che?".
San Siro si riempie di fiammelle al vento in occasione di Vivere, Siamo Solo Noi è l'immortale inno del popolo del Blasco, Canzone rende un commovente omaggio allo scomparso Massimo Riva, e Albachiara è l'abituale, emozionante, conclusione ideale di queste ennesime due ore e mezza di concerto.
Ancora una volta un trionfo per il Vasco nazionale. Che con la sua musica ha abbattuto le barriere del tempo e continua a far sognare i ragazzi che vanno ad alimentare le schiere dei suoi nuovi fan del ventunesimo secolo. Gli ascoltatori più distaccati faranno invece bene a gustarselo dalla poltrona di casa, ricorrendo ai banali CD o DVD: l'acustica, la concitazione e la ressa dello stadio per l'occasione non fanno per loro, decisamente.
La scaletta:
1. Cosa Vuoi Da Me
2. Fegato Spappolato
3. Cosa Succede In Città
4. Non Basta Niente
5. Anymore
6. Portatemi Dio
7. Come Stai
8. Hai Mai
9. E...
10. Sally
11. Stupendo
12. Interludio
13. Stendimi
14. Buoni O Cattivi
15. Domenica Lunatica
16. Rewind
17. Senorita
18. Stupido Hotel
19. C'è Chi Dice No
20. Gli Spari Sopra
21. Siamo Soli
22. Un Senso
23. Bollicine
24. Vivere
25. Brava/Cosa c'è/Brava Giulia/Dormi Dormi
26. Siamo Solo Noi
27. Canzone
28. Albachiara



