Pink Floyd - The Endless River
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- MarcoRevelator
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Certo che se ogni tot anni non vanno a farsi un giro in tribunale non son contenti eh 
I Pink Floyd vincono la causa: vietato vendere le canzoni come singoli digitali
http://bigben.corriere.it/2010/03/vinco ... floyd.html
un paio di commenti sotto l'articolo mi trovano perfettamente d'accordo
"...ma sono d'accordo sul fatto che un "Dark side of the moon", così come molti altri album dei Pink Floyd, non si possa spezzettare. Si tratta di una vera e propria composizione, quasi di una macro canzone, che fonde un alternarsi di ritmi in un insieme unico e coeso"
"La trovo una decisione piu che giusta. All'inizio pensavo al solito "matusalemmismo" del gruppo di vecchietti che non vuole che la loro musica sia accessibile a tutti. Poi pero', leggendo le motivazioni della causa, devo ammettere che hanno ragione.
Spezzettare "TDSOTM", "The wall" o "The final cut" e' un crimine. Sarebbe come vendere la Divina Commedia canto per canto. Non avrebbe senso"
I Pink Floyd vincono la causa: vietato vendere le canzoni come singoli digitali
http://bigben.corriere.it/2010/03/vinco ... floyd.html
un paio di commenti sotto l'articolo mi trovano perfettamente d'accordo
"...ma sono d'accordo sul fatto che un "Dark side of the moon", così come molti altri album dei Pink Floyd, non si possa spezzettare. Si tratta di una vera e propria composizione, quasi di una macro canzone, che fonde un alternarsi di ritmi in un insieme unico e coeso"
"La trovo una decisione piu che giusta. All'inizio pensavo al solito "matusalemmismo" del gruppo di vecchietti che non vuole che la loro musica sia accessibile a tutti. Poi pero', leggendo le motivazioni della causa, devo ammettere che hanno ragione.
Spezzettare "TDSOTM", "The wall" o "The final cut" e' un crimine. Sarebbe come vendere la Divina Commedia canto per canto. Non avrebbe senso"
- unokonomiyaki
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è davvero difficile estrapolare dal contesto una singola canzone dei Pink Floyd, dato l'impianto musicale e concettuale di molti (quasi tutti) i loro dischi. Per lo stesso motivo mi viene difficile mettere nel lettore mp3 loro singole canzoni invece che album interi.
Per i Led Zeppelin, mi sembra che il discorso sia un po' diverso, le loro canzoni funzionano anche singolarmente, almeno per me.
Riguardo The Wall, anch'io preferisco i primi. Per quanto possa essere un disco fondamentale nella storia del rock, e abbia grandissime canzoni, si sente troppo la preponderanza di Waters. E, per me, i Pink Floyd hanno dato il meglio quando tutti i membri della band hanno potuto dare il loro apporto.
Quando questo equilibrio si è spezzato hanno perso molto.
Per i Led Zeppelin, mi sembra che il discorso sia un po' diverso, le loro canzoni funzionano anche singolarmente, almeno per me.
Riguardo The Wall, anch'io preferisco i primi. Per quanto possa essere un disco fondamentale nella storia del rock, e abbia grandissime canzoni, si sente troppo la preponderanza di Waters. E, per me, i Pink Floyd hanno dato il meglio quando tutti i membri della band hanno potuto dare il loro apporto.
Quando questo equilibrio si è spezzato hanno perso molto.
- neuronifolli
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Se penso per esempio a Led Zeppelin III, nato nella campagna gallese (Bron-Y-Aur), non posso immaginarlo spezzettato...come non potrei sopportare i brani di IV uno lontano dall'altro....lo stesso Phisical Graffiti è un'opera intera che va ascoltata dall'inizio alla fine.
No, le raccolte od i moderni sbriciolamenti elettronici non vanno bene per gente come i Pink floyd ed i Led Zeppelin...ogni loro lavoro è un'opera da gustare nella sua interezza.
NeuroLedFloydPensiero.
No, le raccolte od i moderni sbriciolamenti elettronici non vanno bene per gente come i Pink floyd ed i Led Zeppelin...ogni loro lavoro è un'opera da gustare nella sua interezza.
NeuroLedFloydPensiero.
Non fraintendetemi. Adoro entrambe le band e sono in fedele ascoltatore dell'album completo (non degli mp3 alla rinfusa), per cui capisco la sacralità dell'oggetto.neuronifolli ha scritto:Ovviamente mi trovi molto d'accordo....
Nello specificare "valido soprattutto per i Pink Floyd" mi riferivo al missaggio tra le tracce che crea un legame inequivocabilmente sonoro oltre che concettuale, cosa che nei Pink floyd è estremamente facile trovare.
Comunque vada condivido l'importanza del non dividere album del genere.
UP!
Ieri a Milano c'è stato il primo di 6 di concerti dove Roger Water riproporrà per intero The Wall.
La recensione di rockol
“Ti piacerebbe rispedire a casa i nostri cugini di colore, amico mio?” canta Roger Waters verso la fine dello show, mentre nei panni di Pink intona “Waiting for the worms” circondato da proiezioni di enormi vermi rossi. C’è bisogno d’altro, nei giorni delle tensioni razziali al calor bianco e degli esodi forzati da Lampedusa, per giustificare il revival di “The wall” e ribadirne l’assoluta attualità? L’ex mr. Floyd ci ha visto giusto: il suo è un “concept” per tutte le stagioni, cui gli orrori del mondo e le contraddizioni insite nella natura umana hanno impedito di invecchiare. Così lo spettacolo che il sessantasettenne rocker inglese ha presentato poche ore fa nella sua “prima” milanese è un mix di vecchio e nuovo, di cimeli recuperati dall’allestimento originale dell’80-’81 e di nuove intuizioni e magie tecnologiche: i mostruosi pupazzi e le animazioni inquietanti di Gerald Scarfe e un muro di mattoni che è diventato uno stupefacente schermo tridimensionale; filmati entrati nell’immaginario collettivo e un suono surround allo stato dell’arte percepibile in ogni punto della sala. Tutto perfettamente sincronizzato e in altissima definizione, a cominciare da un suono limpido e preciso, finalmente all’altezza della situazione (e del costo del biglietto) anche in una sala, quella del Mediolanum Forum, solitamente poco indulgente con chi non presta abbastanza cura ai soundcheck e all’equalizzazione. Eccole qui, finalmente davanti agli occhi, le icone su cui abbiamo tanto fantasticato. Lo Stuka che esplode tra le fiamme dopo essersi infranto contro il muro, il maiale volante che volteggia sulla platea, i giganteschi e grotteschi pupazzi che simboleggiano l’oppressione (l’insegnante, la madre), i proiettori cercapersone che evocano tristi ricordi di guerra e campi di concentramento. Appena entrato in scena Waters, nerovestito e magrissimo, si rivolge al pubblico (con qualche parola in italiano) per ricordare la prima voltà che “The wall” andò in scena a Los Angeles (“time flies”, “il tempo vola”). Poi, annichilente, parte il riff metallaro di “In the flesh?” e la gigantesca macchina produttiva da 37 milioni di sterline si mette in moto senza intoppi. “Another brick in the wall pt.2”, dilatata da assoli di chitarra e di organo (alle tastiere, accanto al fedele Jon Carin, c’è il figlio di Roger, Harry; alla batteria il solito Graham Broad) fa ballare anche le giovani hostess del Forum: a centro palco il frontman è raggiunto da sedici ragazzini che mimano il celebre coro, mentre i mattoni posizionati dalla crew cominciano a oscurare la visuale. In “Mother”, applauditissima, Roger doppia se stesso: chitarra acustica a tracolla, dialoga con la sua versione in bianco e nero e a pieno schermo filmata nel 1980 alla Earls Court di Londra, mentre il Big Brother che ci tiene d’occhio diventa una Big Mother dagli occhi di bragia e un boato accoglie le scritte che commentano la retorica domanda del testo: “Mother should I trust the government”? La risposta è scritta alle estremità del muro: “no fucking way”, “col cazzo”. E’ un j’accuse appassionato e compassionevole, quello di Waters, contro tutte le guerre di ieri e di oggi. Durante “The thin ice”, e poi ancora nel corso l’intervallo, sullo schermo circolare e sul muro appaiono fotografie e carte di identità di tante vittime di guerra da non dimenticare: il padre del musicista ucciso durante lo sbarco ad Anzio, i morti dell’Iraq, quelli dell’11 settembre e quelli degli attentati alla metropolitana di Londra del 2005 (è un contributo toccante e interattivo: è il pubblico, su richiesta di Waters, a fornire le immagini dei propri cari scomparsi). Il filmato di “Goodbye blue sky”, che aveva suscitato l’indignazione di un’associazione ebraica, è stato forse riveduto e corretto, ma non ha perso mordente: le colombe che si levano in volo diventano uno stormo minaccioso di bombardieri dal cui ventre piovono croci, dollari e mezzelune, Stelle di David e falci e martello, il marchio della Shell e quello della Mercedes (alla faccia del “branding” e dei concerti sponsorizzati…). La musica che commenta le immagini è un meccanismo ad orologeria, anche se per fare le veci di David Gilmour ci si mettono in quattro: i tre chitarristi Dave Kilminster (il più pirotecnico e rocker di tutti, con la chioma selvaggia scossa dal vento), Snowy White (il più rodato: era nella “surrogate band” dei concerti dell’80) e il dylaniano G.E. Smith, più il cantante Robbie Wyckoff che lo sostituisce nelle parti vocali. Quando lui e Kilminster salgono in cima al muro per cantare e suonare “Comfortably numb” mentre Waters giù in basso incita la folla a cantare e lancia in aria le braccia, qualche fan puro e duro non trattiene un piccolo moto di delusione: in giornata qualcuno aveva avvistato al Forum Phil Taylor, il tecnico del suono dell’altro mr. Floyd, accendendo speranze irrazionali di un duetto che con tutta probabilità si materializzerà più avanti alla O2 Arena di Londra, teatro prescelto per le riprese di un Dvd a questo punto assolutamente inevitabile. Con il suo solo fiammeggiante, comunque, Kilminster si ritaglia il momento musicalmente più esaltante dello show, mentre il quintetto vocale tutto al maschile (oltre a Wyckof, il reparto comprende Mark, Michael e Kipp Lennon e Jon Joyce) spinge “The show must go on” dalle parti del doo wop e del vocalese d’antan. Dopo l’intervallo e una “Hey you” eseguita totalmente al riparo dal muro, grandi applausi accolgono “Nobody home”, che Roger canta dalla sua “camera di albergo” completa di poltrona, abat-jour e televisore. Su “Vera” il leit motiv del “We would meet again” è accompagnato da struggenti filmati di ricongiungimenti familiari, mentre “Bring the boys back home” è l’occasione solenne per lanciare un altro accorato messaggio pacifista e ricordare le parole sagge di Dwight Eisenhower (ogni guerra provoca carestie e sofferenze ai più deboli). Il finale è muscoloso e minaccioso: tenute militari, bandiere sventolanti e minacciose, mentre Waters riprende vecchi slogan (“c’è qualche paranoico tra il pubblico, stasera a Milano”? chiede prima di lanciare il riff schiacciasassi di “Run like hell”), urla nel megafono e finge di sparare alla folla con un mitragliatore. “The trial” è animazione grottesca e ultracolorata, e viene da pensare che la versione live di “The wall”, in certi momenti, sia proprio questo: un rutilante musical per teste pensanti. Subito dopo, preceduto da un tremore impressionante che scuote le sedie nella arena, il crollo del muro è emozionante, spettacolare e assolutamente catartico. E con il folk da strada di “Outside the wall” sono finalmente gli uomini, i musicisti, a prendere il sopravvento sull’apparato, sulla messa in scena e sugli effetti speciali: il messaggio di speranza e il senso di calore umano sono affidati a un’orchestrina acustica con chitarre, banjo, tromba e fisarmonica e all’immagine di bimbe israeliane e palestinesi. Non tutto è perduto, ci suggerisce Waters: “Uniti stiamo in piedi, divisi cadiamo”. Ringrazia ancora i presenti per il calore e la partecipazione, ed è il primo a riconoscere l’ironia della cosa: “The wall” nacque dal suo senso di alienazione e distacco da un pubblico che col tempo aveva preso a temere e disprezzare. Ma era tanto tempo fa “e oggi sono cambiato”, spiega prima di andarsene con un sorriso dipinto in volto che il suo tormentato alter ego del 1980 non si sarebbe mai concesso.
Ieri a Milano c'è stato il primo di 6 di concerti dove Roger Water riproporrà per intero The Wall.
La recensione di rockol
“Ti piacerebbe rispedire a casa i nostri cugini di colore, amico mio?” canta Roger Waters verso la fine dello show, mentre nei panni di Pink intona “Waiting for the worms” circondato da proiezioni di enormi vermi rossi. C’è bisogno d’altro, nei giorni delle tensioni razziali al calor bianco e degli esodi forzati da Lampedusa, per giustificare il revival di “The wall” e ribadirne l’assoluta attualità? L’ex mr. Floyd ci ha visto giusto: il suo è un “concept” per tutte le stagioni, cui gli orrori del mondo e le contraddizioni insite nella natura umana hanno impedito di invecchiare. Così lo spettacolo che il sessantasettenne rocker inglese ha presentato poche ore fa nella sua “prima” milanese è un mix di vecchio e nuovo, di cimeli recuperati dall’allestimento originale dell’80-’81 e di nuove intuizioni e magie tecnologiche: i mostruosi pupazzi e le animazioni inquietanti di Gerald Scarfe e un muro di mattoni che è diventato uno stupefacente schermo tridimensionale; filmati entrati nell’immaginario collettivo e un suono surround allo stato dell’arte percepibile in ogni punto della sala. Tutto perfettamente sincronizzato e in altissima definizione, a cominciare da un suono limpido e preciso, finalmente all’altezza della situazione (e del costo del biglietto) anche in una sala, quella del Mediolanum Forum, solitamente poco indulgente con chi non presta abbastanza cura ai soundcheck e all’equalizzazione. Eccole qui, finalmente davanti agli occhi, le icone su cui abbiamo tanto fantasticato. Lo Stuka che esplode tra le fiamme dopo essersi infranto contro il muro, il maiale volante che volteggia sulla platea, i giganteschi e grotteschi pupazzi che simboleggiano l’oppressione (l’insegnante, la madre), i proiettori cercapersone che evocano tristi ricordi di guerra e campi di concentramento. Appena entrato in scena Waters, nerovestito e magrissimo, si rivolge al pubblico (con qualche parola in italiano) per ricordare la prima voltà che “The wall” andò in scena a Los Angeles (“time flies”, “il tempo vola”). Poi, annichilente, parte il riff metallaro di “In the flesh?” e la gigantesca macchina produttiva da 37 milioni di sterline si mette in moto senza intoppi. “Another brick in the wall pt.2”, dilatata da assoli di chitarra e di organo (alle tastiere, accanto al fedele Jon Carin, c’è il figlio di Roger, Harry; alla batteria il solito Graham Broad) fa ballare anche le giovani hostess del Forum: a centro palco il frontman è raggiunto da sedici ragazzini che mimano il celebre coro, mentre i mattoni posizionati dalla crew cominciano a oscurare la visuale. In “Mother”, applauditissima, Roger doppia se stesso: chitarra acustica a tracolla, dialoga con la sua versione in bianco e nero e a pieno schermo filmata nel 1980 alla Earls Court di Londra, mentre il Big Brother che ci tiene d’occhio diventa una Big Mother dagli occhi di bragia e un boato accoglie le scritte che commentano la retorica domanda del testo: “Mother should I trust the government”? La risposta è scritta alle estremità del muro: “no fucking way”, “col cazzo”. E’ un j’accuse appassionato e compassionevole, quello di Waters, contro tutte le guerre di ieri e di oggi. Durante “The thin ice”, e poi ancora nel corso l’intervallo, sullo schermo circolare e sul muro appaiono fotografie e carte di identità di tante vittime di guerra da non dimenticare: il padre del musicista ucciso durante lo sbarco ad Anzio, i morti dell’Iraq, quelli dell’11 settembre e quelli degli attentati alla metropolitana di Londra del 2005 (è un contributo toccante e interattivo: è il pubblico, su richiesta di Waters, a fornire le immagini dei propri cari scomparsi). Il filmato di “Goodbye blue sky”, che aveva suscitato l’indignazione di un’associazione ebraica, è stato forse riveduto e corretto, ma non ha perso mordente: le colombe che si levano in volo diventano uno stormo minaccioso di bombardieri dal cui ventre piovono croci, dollari e mezzelune, Stelle di David e falci e martello, il marchio della Shell e quello della Mercedes (alla faccia del “branding” e dei concerti sponsorizzati…). La musica che commenta le immagini è un meccanismo ad orologeria, anche se per fare le veci di David Gilmour ci si mettono in quattro: i tre chitarristi Dave Kilminster (il più pirotecnico e rocker di tutti, con la chioma selvaggia scossa dal vento), Snowy White (il più rodato: era nella “surrogate band” dei concerti dell’80) e il dylaniano G.E. Smith, più il cantante Robbie Wyckoff che lo sostituisce nelle parti vocali. Quando lui e Kilminster salgono in cima al muro per cantare e suonare “Comfortably numb” mentre Waters giù in basso incita la folla a cantare e lancia in aria le braccia, qualche fan puro e duro non trattiene un piccolo moto di delusione: in giornata qualcuno aveva avvistato al Forum Phil Taylor, il tecnico del suono dell’altro mr. Floyd, accendendo speranze irrazionali di un duetto che con tutta probabilità si materializzerà più avanti alla O2 Arena di Londra, teatro prescelto per le riprese di un Dvd a questo punto assolutamente inevitabile. Con il suo solo fiammeggiante, comunque, Kilminster si ritaglia il momento musicalmente più esaltante dello show, mentre il quintetto vocale tutto al maschile (oltre a Wyckof, il reparto comprende Mark, Michael e Kipp Lennon e Jon Joyce) spinge “The show must go on” dalle parti del doo wop e del vocalese d’antan. Dopo l’intervallo e una “Hey you” eseguita totalmente al riparo dal muro, grandi applausi accolgono “Nobody home”, che Roger canta dalla sua “camera di albergo” completa di poltrona, abat-jour e televisore. Su “Vera” il leit motiv del “We would meet again” è accompagnato da struggenti filmati di ricongiungimenti familiari, mentre “Bring the boys back home” è l’occasione solenne per lanciare un altro accorato messaggio pacifista e ricordare le parole sagge di Dwight Eisenhower (ogni guerra provoca carestie e sofferenze ai più deboli). Il finale è muscoloso e minaccioso: tenute militari, bandiere sventolanti e minacciose, mentre Waters riprende vecchi slogan (“c’è qualche paranoico tra il pubblico, stasera a Milano”? chiede prima di lanciare il riff schiacciasassi di “Run like hell”), urla nel megafono e finge di sparare alla folla con un mitragliatore. “The trial” è animazione grottesca e ultracolorata, e viene da pensare che la versione live di “The wall”, in certi momenti, sia proprio questo: un rutilante musical per teste pensanti. Subito dopo, preceduto da un tremore impressionante che scuote le sedie nella arena, il crollo del muro è emozionante, spettacolare e assolutamente catartico. E con il folk da strada di “Outside the wall” sono finalmente gli uomini, i musicisti, a prendere il sopravvento sull’apparato, sulla messa in scena e sugli effetti speciali: il messaggio di speranza e il senso di calore umano sono affidati a un’orchestrina acustica con chitarre, banjo, tromba e fisarmonica e all’immagine di bimbe israeliane e palestinesi. Non tutto è perduto, ci suggerisce Waters: “Uniti stiamo in piedi, divisi cadiamo”. Ringrazia ancora i presenti per il calore e la partecipazione, ed è il primo a riconoscere l’ironia della cosa: “The wall” nacque dal suo senso di alienazione e distacco da un pubblico che col tempo aveva preso a temere e disprezzare. Ma era tanto tempo fa “e oggi sono cambiato”, spiega prima di andarsene con un sorriso dipinto in volto che il suo tormentato alter ego del 1980 non si sarebbe mai concesso.


